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Girava sempre tutto intorno alle Montagne. Che fosse un documentario, una poesia, un libro, una canzone, un coro. La vita stessa. Non passava giorno, ora, minuto, che un angolo della sua mente non pensasse alle sue Montagne. A quelle dell’adolescenza che aveva lasciato e che “non avrebbe scordato” (Bernina, Palù, Disgrazia…) o a quelle d’Ampezzo, così diverse, che aveva appena scoperto, ormai uomo, portandoci poi tutta la famiglia, con la scusa di un nuovo lavoro nella fiorente industria cadorina dell’occhiale. È così che mi sono ritrovato a Cortina, all’età di quattro anni, catapultato da una città della provincia lombarda. È così che una delle sue grandi passioni, la musica corale, coltivata fin da ragazzo, insieme al jazz, ha trovato terreno più che fertile per crescere e radicarsi in un neonato – e cosiddetto, ai tempi – coro di montagna: il Coro Cortina. Un gruppo di amici della conca ampezzana, amanti della montagna, che durante una vacanza al mare, nel 1965, decise di organizzare i propri canti in forma corale a più voci. Ci volle un niente perché l’incontro tra lui e questi ragazzi avvenisse, nel 1967. L’inizio di tutto. montagne_addioLui, mio padre, compositore, noto musicologo e critico musicale, avrebbe da subito lavorato su un nuovo modo di cantare, il “suo” modo di cantare; loro, l’avrebbero seguito con un impegno e e una dedizione infinita. Un modulo vocale adatto all’espressività nella sua più alta rappresentazione, arrivando così a trasformare, senza snaturarle, le canzoni d’ispirazione popolare, rivestendole di nuove suggestioni. Un cambiamento importante, fondamentale: tanto incisivo da essere descritto poi come “il momento in cui nacque e venne definita la “nuova coralità italiana“, della quale il Coro Cortina sarà per sempre autorevole interprete e precursore. Vent’anni di direzione, di prove settimanali, di lunghe serate, fino al 1987, con un gruppo fantastico, successi ovunque, sette dischi per la maggior parte con la grande “Decca-Telefunken”, concerti in tutto il mondo e in teatri prestigiosi fino ad allora riservati alla musica classica, tanti concorsi vinti, premi alla direzione. Un’impronta indelebile che lì segnerà musicalmente, e non solo, per la vita. E una malattia che lo porterà via troppo giovane, troppo velocemente dalla musica, dalle montagne, dagli amici. Da noi. Il coro non si perde d’animo, continua con altri eccelsi direttori sulla strada iniziata con papà, e lo fa nel migliore dei modi, proseguendo la sua missione di ambasciatore di Cortina nel mondo e della grande musica corale italiana a ispirazione popolare. Fino ad arrivare ad oggi, luglio duemilaequindici, esattamente cinquant’anni dopo quei giorni al mare. Cinquant’anni di fulgida carriera, un bellissimo traguardo celebrato con una grande festa a Cortina il quattro luglio scorso, con una toccante serata, alla presenza di centinaia di persone, teatro pieno. Il giusto e meritato tributo a questa storia. Un evento emozionante al quale sono felice di aver potuto presenziare, per ripercorrere con la mente quegli anni, quando di notte, ancora piccolo, in macchina o sul pullman del coro, a fianco di papà, tornavo a casa dai loro concerti; per rivivere, ormai ragazzo, gli infiniti passi fatti sui sentieri di Cortina insieme a lui e i coristi, cercando di ascoltarli mentre provavano qualche passaggio nuovo, e di cantare sottovoce tenendo la linea dei bassi nel modo corretto senza “sconfinare” nelle parti dei baritoni. Per salutare poi amici fraterni che mi hanno visto crescere e con i quali sono cresciuto. Per il coro stesso, da sempre per me una seconda famiglia. Per camminare ancora attraverso una piccola cittadina, Cortina, quella vera, quella lontana dai vip di turno e dai fasti delle riviste patinate, che ci ha accolti, noi “foresti“, con un’amicizia e un affetto mai sopiti. E per ascoltare una volta di più “Montagne Addio” la sua canzone, tra le più interpretate in assoluto nel mondo della coralità popolare, e da loro magistralmente regalataci a fine concerto. Echi di una serata intensa, di sorrisi aperti, di abbracci lunghi e sinceri. Echi di note semplici, di parole profonde che non dimenticherò. E se anche dovesse essere, seppure io non lo creda, avrò sempre dei tasti bianchi e neri, un’armonia da seguire e qualche accordo leggero da suonare, a ricordare tutto ciò. La musica, le montagne, un coro, una canzone. E qualcuno, lassù. Buon viaggio amici.

“Cade lenta, gia’ la sera
sulle cime incantate ed or lassu’
solo il vento può cantare,
sol la luna può arrampicar.

Montagne addio, addio vallate,
io parto, addio, non so se tornerò,
qui lascio il cuor, qui lascio la mia vita,
montagne addio, non vi scorderò.

Montagne Addio (1965)
di Giancarlo Bregani ( 1930-1987)
Piano: Alberto Bregani, home recording

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