C

Certo, è una foto molto bella, si dirà, come lo si è già detto più volte ovunque l’abbia postata. Mi fa piacere, come sempre. Ma, se posso, ritengo sia una foto “non brutta”, diciamo buona,  che ho postato perchè rientra certamente in quelle da valutare se mettere o meno nel libro, ma della quale non ero particolarmente soddisfatto. Come dire, ci ho impiegato un po’. Non per nulla l’ho scattata qualche mese fa e solo ora mi sono convinto, rivedendola a freddo dopo un periodo di pausa, a pubblicarla online. Da questi miei dubbi nasce dunque l’occasione per spiegare meglio il perchè di questa mia titubanza e per descrivere un attimino il mio concetto di composizione nel formato quadrato che rimane, a mio avviso, tra i più difficili da interpretare.

In questa foto è sicuramente intrigante e poetico l’effetto di quei due baffi di nuvola illuminati da un’ultima luce, è anche bella ed equilibrata la gamma tonale,  ma per il formato quadrato poteva essere considerata compositivamente sbilanciata. Il formato quadrato ha bisogno di essere riempito, seppur con criterio e parsimonia. Esistono molte regole compositive per il 35mm – non chiedetemene una che sia una perchè non saprei dirvela – specialmente quella famosa dei due terzi o dei terzi o… beh insomma quella lì, la solita…  che tra l’altro ho scoperto molto dopo i miei primi click accorgendomi poi che era abbastanza naturale utilizzarla. Ma nessuno, che io sappia, vista la scarsità di fotografi “quadrati” in circolazione, ha mai pensato a definire una regola per tale formato dalla quale per lo meno poter partire, per un minimo riferimento. Allora io “me la sono definita” da solo, perfezionata nel tempo e presa come mio punto di riferimento: la chiamo la “Regola dei sassolini”. Questa regola dal buffo nome dice di “...far conto di avere dei sassolini nel pugno di una mano e di volerli distribuire, a mo’ di semina e con equilibrio, su un foglio quadrato che si abbia su un tavolo.  Se i sassolini saranno distribuiti equamente il foglio non penderà da nessuna parte. Altrimenti risulterà sbilanciato e la sua visione non armoniosa“. Ora io non sono certo un professore di Estetica e l’ho detta un po’ così. Ma il concetto secondo me rende l’idea. Ecco allora che quei due baffetti portano in equilibrio il “peso” del blocco bosco/montagna cosi presente nella parte inferiore. Due elementi così, quasi discreti, ma pesanti allo stesso tempo. Fosse stato diversamente, un cielo semplicemente vuoto, la foto sarebbe risultata sbilanciata visivamente verso il basso. In questo caso dunque, quella regolina vuole semplicemente ricordarmi di evitare possibilmente tutte quelle composizioni che abbiano un soggetto nella parte inferiore e un cielo vuoto nella parte superiore; a meno che nel cielo “vuoto” non vi siano elementi che, seppur piccoli, riescano ad essere così importanti da diventare soggetto essi stessi (e riempire così il formato) o, infine,  che quel cielo vuoto non sia necessario a valorizzare il soggetto esistente. E’ dunque l’equilibrio che da’ la bellezza. Non basta una parte di una fotografia a farla diventare eccellente. Questo il pensiero di fondo che accompagna la mia visione di composizione.

Il formato quadrato va armoniosamente riempito e lo spazio occupato non si deve percepire. Ci possono essere acuti qui e là, ma tutto deve concorrere all’equilibrio. La foto deve uscire e arrivare senza che chi guarda si interroghi sul fatto se sia quadrata rettangolare o altro, mentre lo farà (percepirà) in modo naturale, quasi inconscio, passando ad analizzare il contenitore (formato) invece del contenuto ove dovesse cogliere uno sbilanciamento compositivo. Ogni zona deve contribuire a comporre la storia; se vuoto ci deve essere questo deve essere “volontario”;  perchè qualsiasi soggetto insista solamente in una parte del fotogramma – e vi sia poi una parte rimanente vuota senza motivo – questo non gioverà certamente alla percezione di un racconto completo e soprattutto appagante, emozionante. Esauriente.

Il formato quadrato è certamente intrigante, spettacolare, appagante, originale; ma è altrettanto difficile e lungo da assimilare. Nella fotografia di paesaggio – quella nella quale mi cimento, nelle altre non lo so – richiede molta concentrazione, applicazione, dedizione e pazienza. Gli scatti al volo fatti comme-il-faut arrivano molto dopo gli inizi. Non è un formato naturale e istintivo come un 35mm che abbiamo negli occhi fin da piccoli. Il tempo da dedicare alla composizione è almeno doppio di un 35mm e quando guardo nel pozzetto o dentro il pentaprisma ogni volta è come essere al cinema: dentro lì c’è un bellissimo mondo che però è da ordinare, un mondo al quale dare un senso affinche le persone quel senso lo possano poi cogliere.  Il formato quadrato, però, è anche incredibilmente fantastico. E’ quello che una volta che ci cadi dentro… molto difficilmente ne vieni poi fuori.  Vabbè: ma questa foto, alla fine, la amerò? La inserirò nel libro? Nel primo caso probabilmente si. Già l’avete capito. Nel secondo… chi vivrà vedrà. O meglio, chi lo comprerà… vedrà. 🙂 Nel frattempo la discussione è aperta. Per ora un caro saluto, Alberto.

Ci sono 0 commenti

  1. Alessandro Avenali

    Secondo me la regola dei due terzi resta applicabile anche nel formato quadrato.
    Mi viene da ipotizzare che in questo scatto forse non avevi scelta. Magari in basso c’erano elementi di disturbo da dover escludere per forza, altrimenti forse un filino sotto si poteva scendere, eliminando il baffo superiore e dando più forza al nero, equilibrando così bosco-montagna-cielo.
    Tuttavia, con questo cielo così ampio la foto respira molto bene e l’occhio è portato a godere proprio del cielo, appoggiandosi appena sulla sommità delle cime. Ha un suo perché e mi piace. E’ una foto forse meno banale che se l’avessi composta come ipotizzato sopra. Non razionalizzare troppo… a volte l’istinto del momento ha le sue ragioni.

    • Alberto Bregani

      Grazie Ale, come sai io non arrivo dalle “regole”, al limite ci passo a fianco, do un’occhiata e poi me le lascio alle spalle… Scherzi a parte, comunque alle regole poi ci si arriva per vie naturali: l’importante è non rimanerci attaccati altrimenti saremmo tutti omologati.. Ad ogni modo come dici tu sotto non potevo scendere perchè c’era la “statale” :-)) E poi troppo nero non mi sarebbe piaciuto comunque. Quello che regge la foto alla fine sono proprio i due baffi di nuvole/luce che riempiono il vuoto del cielo. Non ci fossero stati non l’avrei considerata: troppo distacco tra i piani, troppa poca armonia.

      Grazie intanto e sinceramente per questo tuo apprezzabile e costruttivo commento. Un abbraccione “wedding Photojournaiist” con i controfiocchi 😉

  2. Antonio Fenio

    Prima di tutto ho guardato la foto e l’ho trovata davvero bella e ben composta. Non penso mai alle regole quando guardo un’immagine. Cerco di coglierne la bellezza nell’impatto, poi dopo avere letto la tua spiegazione ho iniziato ad esaminarla e sinceramente la trovo davvero buona, i due baffi bianchi nel cielo sono un ottimo contrappunto alla zona inferiore completamente nera. Inoltre dai baffi bianchi del cielo al nero del bosco l’attenzione passa attraverso un bel gioco di diagonali, decisamente non trovo dei vuoti ma zone di attenzione ben collegate. Come hai detto tu nella replica al post precedente sono le nuvole a dare forza all’immagine e a suggerirne la chiave di lettura.
    Complimenti per il tuo lavoro!

    Antonio

    • Alberto Bregani

      Ciao Antonio, grazie mille per esserti soffermato a commentare: diciamo che anche io non sono per le regole. Nel senso che starci attaccato mi darebbero un po’ di senso costrizione. E’ indubbio però che per essere liberi di andare è necessario conoscerle, per poi appunto valicarle e andare oltre 😉 Sul resto mi fa piacere tu concordi sulla mia lettura della fotografia. Facciamo che la pruomoviamo? Ok, andata:-)) grazie ancora e a presto, Con amicizia, Alberto

  3. Tommaso Forin

    Regole, che il formato sia quadrato, 2/3, 3/4, o panoramico ce ne sono, ma sono secondo me soprattutto buon senso e gusto personale.
    A parte la regola dei terzi, l’altra da considerare è lo spazio da dare al cielo. Normalmente 1/3 di cielo e 2/3 del resto, regola che si cambia in corsa se il cielo acquista una sua valenza compositiva, come può essere in questo caso. A questo punto resta da stabilire se il cielo di questa foto sia significativo o meno, e qui però si rientra in aspetti soggettivi. Personalmente sono d’accordo, ci può stare.
    Per quel che riguarda il formato fotografico ho una mia personale opinione: dipende da che cosa devo fotografare. Un ritratto ? Uno street Photograpy, una architettura ? Un paesaggio ? Il formato migliore secondo me è quello che meglio mi rappresenta la composizione che devo riprendere. Quando si tratta di fotografia di montagna devo descrivere le catene montuose e presentarle dando loro forza. Per me, per il mio modo di intendere questo obiettivo, una catena montuosa va presentata così come appare ai nostri occhi quando siamo davanti, riuscendo a mantenere i particolari e la sua ricchezza. Per questo sono convinto sostenitore del formato panoramico, non necessariamente il 360° che spesso diventa una forzatura, ma un 160-180°. E’ con la panoramica che riesco a immergermi nella montagna e a sentirmi catapultato in questo universo.
    Poi tra il quadrato o il 2/3 (orizzontale o verticale) si può discutere, cambiando opinione di volta in volta, a seconda della composizione da proporre, perchè non è il formato la priorità, ma ciò che voglio proporre,e il formato dovrebbe adattarsi alla “montagna”. Questo è il mio punto di vista

    • Alberto Bregani

      Grazie Tommaso, detto da te è un ottimo punto di vista 🙂 Comunque sia io ho appunto precisato che quanto detto riguarda il mio tipo di fotografia e cito ” Nella fotografia di paesaggio – quella nella quale mi cimento, nelle altre non lo so – richiede molta concentrazione, applicazione, dedizione e pazienza”.

      Per il resto concordo con quanto da te detto in questo passaggio “Quando si tratta di fotografia di montagna devo descrivere le catene montuose e presentarle dando loro forza. Per me, per il mio modo di intendere questo obiettivo, una catena montuosa va presentata così come appare ai nostri occhi quando siamo davanti, riuscendo a mantenere i particolari e la sua ricchezza.” E’ estremamente corretto proprio perchè è il “tuo” modo di interpretare la montagna. Che però è differente dal mio che, come ho sempre detto e riporto da un’intervista di due anni fa “Io non devo “testimoniare”, non devo “documentare”, non devo “rappresentare”, almeno che non lo voglia o non lo debba fare su richiesta. Io voglio raccontare il mio modo di percepire quel concetto di “Sublime” romantico, ottocentesco con il quale la Natura tutta veniva definita e raffigurata; il concetto di quella Natura “che atterrisce ma attrae allo stesso tempo”. E mi basta anche un dettaglio, non necessariamente il totale.

      Questo per dire che per me il raccontare una montagna, darle forza, per usare una tua espressione, non significa assolutamente “contenerla” nel fotogramma o restringerla certo dentre regole che omologano alla fine tutto e tutti. E per questo, a differenza tua, e beato te che ci riesci, nel formato panoramico mi ci perdo, come ritengo perda forza il “mio” significato di cui sopra. Ci ho anche provato, ma proprio non mi va giù. E non è ne giusto ne sbagliato – sia ben chiaro – né il mio né il tuo modo di raccontare. E’ solo diverso, e per fortuna: chi guarda avrà più possibilità di trovare ciò che lo fa sentire bene osservando una fotografia. Un caro saluto, grazie per il tuo interessante e costruttivo contributo e buon lavoro 😉 con amicizia, Alberto

    • Alberto Bregani

      🙂 l’ho sempre detto che certe vostre risposte sono delle grandi illuminazioni per me. Questo accostamento a un giardino Zen è bellissimo e ne sono onorato in quanto il giardino Zen è simbolo di culto della bellezza essenziale – ovvero quella del cosiddetto pensiero intuitivo – e di ricerca di spazio vitale di pace tranquilla, di silenzio arcano e di grande armonia affinchè la mente possa espandersi e liberare l’ immaginazione. C’è dunque molto di quanto provo a ricercare con la mia fotografia e cerco di trasferire alle persone dentro il concetto di un giardino Zen, e per questo accostamento, di nuovo, ti ringrazio Stefano.

  4. ivani padovese

    solo chi conosce le regole può essere padrone di cambiarle, stravolgerle, stracciarle. alberto conosce le regole, sa pure come crearne di nuove e le sue foto gli danno ragione… non è da tutti.

    • Alberto Bregani

      Grazie Ivani, grazie mille. Ma non tanto per l’apprezzamento riguardo la capità di stravolgere le regole – e della quale ti ringrazio – quanto proprio per aver ribadito quando ho scritto poco fa in risposta a un altro commento (e che va esattamente nel senso da te sottolineato) e che riporto per completezza: ” anche io non sono per le regole. Nel senso che starci attaccato mi darebbero un po’ di senso costrizione. E’ indubbio però che per essere liberi di andare è necessario conoscerle, per poi appunto valicarle e andare oltre “. Grazie mille Un salutone, Alberto :-))

  5. Giovanni Fatighenti

    Mi piacerebbe prima o poi poterne parlare dal vivo di questa cosa….”discutere” di fotografia in questi termini e a questi livelli fa crescere gli interlocutori più di un workshop sul campo.Bellissima e interessantissima disamina!


Invia un nuovo commento